La lettera di santa Caterina da Siena scritta al re d'Ungheria
Zoltán Angelico Stift


(La Roma di Santa Caterina da Siena, Quaderni della Libera Università "Maria SS. Assunta" n. 18., Edizione Studium, Roma 2001, a cura di Maria Grazia Bianco, p. 185-199)


Santa Caterina visse gli ultimi mesi della sua vita a Roma, impegnata nella difesa dell'unità della Chiesa tramite il suo Pontefice legittimo, Urbano VI, contro la disgregazione dello scisma.
Tra le lettere che Caterina scrisse da Roma a vari sovrani di Europa perché non si lasciassero sedurre dagli scismatici, la lettera 357 è indirizzata a Ludovico il Grande, re d'Ungheria e di Polonia1.

La lettera appare databilie tra il settembre e l'ottobre 1379, quando il "dolce frutto" della vita di santa Caterina è ormai maturato. Questo frutto è il suo amore verso la Chiesa, Corpo mistico di Cristo. L'impegno per l'unità e la pace della Chiesa consumava tutto il tempo e l’energia della Santa.
Santa Caterina nell’ultima lettera scritta al suo padre spirituale dice: "Con questo e con molti altri modi, i quali non posso narrare, si consuma e distilla la vita mia in questa dolce Sposa, io per questa via, e i gloriosi martiri col sangue"2.
Tutta la sua vita, e soprattutto i suoi ultimi mesi romani sono caratterizzati dall'orazione affinché Dio concedesse la redenzione manifestata al suo popolo nella pace e nell'unità3. Per questa redenzione santa Caterina lavorava nella vigna della Chiesa con il coltello della carità. Questo coltello ha due tagli: l'amore della virtù e l'odio del vizio4. Santa Caterina senza distinzione di persona tagliava i vizi e faceva crescere le virtù nel prossimo. Ammoniva per i loro difetti le autorità del mondo, i personaggi ecclesiastici, i sovrani, i ricchi come pure sollecitava al bene i poveri religiosi, gli artigiani, le madri di famiglia ecc. Secondo l`insegnamento cateriniano la vera grandezza dell'uomo non consiste nel prestigio che proviene dalla ricchezza e dal potere umano, ma consiste nel dono che offre la capacità di "vedere in Dio", di riconoscere nella luce soprannaturale la grandezza di Dio in tutte le cose visibili e invisibili5. Questo è il motivo per cui santa Caterina con amore e senza alcun timor servile poteva ammonire pure il papa, i re e le regine (tra le altre Elisabetta, la madre del destinatario della lettera 357) richiamando la loro attenzione alla verità secondo la quale solo Dio è colui che è e solo Lui ha un potere vero e reale: La creatura invece ha il potere in quanto ce l`ha in Dio; un sovrano è signore in quanto può signoreggiare sé medesimo nel servizio della propria salvezza.
La Santa ha scritto ad Urbano VI affinché lui avesse un cuore soprannaturale, affinché potesse comandare le proprie passioni altrimenti non avrebbe potuto governare neanche i suoi sudditi come vicario di Cristo6.
Alla regina di Napoli osava far notare che Dio punisce soprattutto i peccati commessi contro il mistico corpo di Cristo, contro la Chiesa7.
Caterina Ammoniva il re di Francia aderente agli scismatici perché lui rendesse conto a Dio dei suoi sudditi allontanatisi dalla Chiesa di Cristo a causa della sua infedeltà 8.

Usando il coltello a due tagli della carità, santa Caterina non lottava soltanto contro i vizi con odio santo, ma prima - poiché questo coltello aveva anche un altro taglio - piantava l'amore nei cuori. Faticava molto a far riconciliare i nemici. Nello stesso tempo sollecitava all'amore i ribelli e quelli contro cui si erano ribellati. Così costruisce per loro (siano scismatici o abbandonati) un ponte sul quale si può andare verso la riconciliazione e verso la pace celeste.
Santa Caterina incitava continuamente Gregorio XI al perdono verso i figli ribelli affinché il comportamento del papa rispecchiasse la misericordia del nostro Padre celeste9.
Nella lettera 229 diceva che Gregorio XI non venisse con soldati armati ma con la croce nella mano come l'agnello.
Nella lettera 285 animava il papa a vincere con bontà e umiltà l'odio dei ribelli. Nello stesso tempo incoraggiava i ribelli all'obbedienza che ha "inchiodato" sulla croce il dolce Cristo Gesù per l'amore verso il Padre e verso gli uomini.
Sollecitava i religiosi e i laici alla preghiera e ai sacrifici offerti per l'unità10.
La Santa incitava gli eremiti a lasciare la solitudine perché i servi di Dio sono chiamati a Roma per il sangue dei Martiri11. Il servizio più prezioso davanti a Dio è quello che facciamo alla Chiesa12, il bene comune della Chiesa è sopra di tutto13.

Ecco il fondamento spirituale sul quale sono basate le ultime lettere di santa Caterina, come pure la lettera 357 scritta al re d'Ungheria.
Come tutte le altre lettere cateriniane anche questa è stata inviata per annunciare l'amore. Caterina, schiava dei servi di Gesù Cristo, scriveva al re d'Ungheria per il prezioso sangue di Gesù, con desiderio di vederlo fondato in vera e perfettissima carità, la quale carità non cercava le cose sue, ma cercava solo la gloria e lode del nome di Dio nella salvezza delle anime, e non cercava il suo prossimo per se, ma solo per Dio14.
Dopo queste righe iniziali della lettera si legge un bellissimo elogio della carità15. Questo è una lode della carità, la quale è una vera madre per l'anima ed assolutamente contraria all'amor proprio che è l'unico vero nemico.
Santa Caterina sollecita il destinatario della lettera ad essere "difenditore della santa Chiesa" riconoscendo la bugia di coloro che hanno eletto l'antipapa e difendendo la verità di Urbano VI. L'insegnamento della Santa di Siena rivela le radici vere del comportamento sia degli scismatici sia dei fedeli al papa. Hanno negato la fede santa "quelli che sono privati della carità, e stanno nel amore proprio di loro medesimi", ma quelli che sono "fondati in vera e perfettissima carità" essendo illuminati riconoscono la verità e agiscono secondo essa16.

A questo punto diamo uno sguardo a Ludovico stesso, alla sua opera e alla precedente storia ungherese che aiuta a capire il ruolo del Ungheria nell’Europa del Trecento.

La storia riconosce il re Ludovico I come Ludovico il Grande. Il motivo di ciò - secondo un approccio piuttosto superficiale - è che il territorio del suo regno è stato molto grande: i confini di esso si esetendevano dal mar Adriatico al mar Nero. Peró il motivo più profondo si trova certamente nella qualità personale del re Ludovico. Oltre le sue virtù naturali (come coraggio nella lotta, saggezza politica, ecc.) erano fondamentali la sua fede e la sua religiosità che soprattutto negli ultimi anni della sua vita divennero più profonde. Questa fede cristiana – il cui "difenditore e campione" era il re d'Ungheria sempre anche secondo santa Caterina17– si è manifestata anche nella fedeltà al successore di Pietro. Questa fedeltà del re terreno, Ludovico, al "dolce Cristo in terra" non era che la fedeltà allo stesso Re celeste Cristo Gesù. Questa fedeltà è nata dal desiderio che l’Ungheria, allora un importante e grande Paese europeo, venisse incorporata nelle mura terrene del Regno di Dio, cioè nella Chiesa affidata al vescovo di Roma. Ludovico è stato guidato dalla convinzione che chi cerca i valori del Regno di Dio riceve tutto il resto come dono per se stesso e per la sua patria. Questa fedeltà, questo santo desiderio, rendeva veramente grande Ludovico I e il suo regno18.

La grandezza di Ludovico e la sua fedeltà alla Chiesa e al vero papa non è nata dal nulla, non era senza predecessori nella storia ungherese.

Ludovico da parte di madre è discendente della casa degli Arpad19. Questa dinastia reale dal 1000 fino al 1301, cioè nei primi tre secoli del nuovo stato ungherese e cattolico ha dato più santi che le altre famiglie regali cristiane di Europa. Elenco adesso i più conosciuti tra i santi della dinastia regale per capire l'eredità ricevuta e il retroterra spirituale del regno di Ludovico e per conoscere i rapporti familiari con gli stati dell’Europa cristiana20.

Il primo re della casa degli Arpad, Stefano I, che la Chiesa occidentale venera come santo dal 1083 e dal 20 agosto di quest’anno è riconosciuto come tale anche dalla Chiesa orientale.
Tra i familiari di Santo Stefano sono stati riconosciuti beati sua moglie, Gisella, suo figlio, il principe Emerico, sua nipote, Margherita, regina di Scozia21, i figli di Margherita Kalman22 e Davide I23 re di Scozia.
Continua l'elenco dei re santi ungheresi con Salomone24, e con San Ladislao la cui figlia era Irene25 imperatrice bizantina, celebrata dalla Chiesa orientale.
Probabilmente la santa più conosciuta della casa degli Arpad è santa Elisabetta, figlia di Andrea II26 che era „principessa” dell'amore del prossimo. Anche una delle sue figlie, Gertrude è diventata santa27.
La nipote di Bela III28 era Beata Agnese di Praga29 la quale veniva chiamata da santa Chiara di Assisi –“La metà della sua anima e (...) sua più amata figlia”.
Veneriamo come sante quattro figlie del re Béla IV30. Tra queste tre hanno fondato l'amicizia tra il popolo ungherese e quello polacco: Kinga, Edvige (canonizzate da Giovanni Paolo II) e Jolanta sono state mogli dei sovrani polacchi e ancora oggi sono sante popolari in Polonia. La quarta figlia era santa Margherita31 che viveva come domenicana e faceva penitenza per la sua patria.
La nipote di Jolanta era la regina santa Elisabetta di Portogallo.
La Beata Elisabetta figlia di Stefano V32, sorella di Maria che era la moglie di Carlo Angiò re di Napoli. Elisabetta, dopo aver perso suo marito si recò a Napoli da Maria e morì con fama di santità33.
La nipote dello stesso Stefano V era San Luigi da Tolosa34.
Un’altra Beata Elisabetta35, figlia di Andrea III36 l'ultimo re della casa degli Arpad che apparteneva alle domenicane di Töss in Svizzera offrì la sua vita per la sua patria.

Consapevolmente abbiamo elencato tra i santi ungheresi dei primi secoli soltanto quelli che entrando nelle dinastie sovrane di Europa con la santità di vita potevano formare la fede e la vita cristiana del loro nuovo popolo (avuto da Dio per un matrimonio cristiano).

Menziono ancora la badessa del convento domenicano di Veszprem, la Beata Elena. Benché ella non sia stata membro della casa reale, aveva però come seguace fedele santa Margherita d'Ungheria37 e si lega con una vicenda dell’autrice della lettera 357. Quando infatti durante il processo della beatificazione di Caterina da Siena si pose la domanda se potesse essere stigmattizzata una donna? Secondo documenti storici i domenicani per dimostrare l'autenticità delle stigmate di Caterina si riferivano a quelle della Beata Elena.
Prima che possa emergere il dubbio: vogliamo dipingere un quadro troppo ideale dei primi tre secoli della storia ungherese? Notiamo che anche in questo periodo, e pure in Ungheria, sono stati presenti miseria, crudeltà, egoismo, sfruttamento dei deboli che sono sempre la conseguenza del peccato. Ciononostante sembra che questa epoca abbia dato quei santi re, regine, figlie e figli del re che sono stati pronti per il loro popolo, per la salvezza di esso e per amore di Cristo - utilizzando le parole di Margherita d'Ungheria - "a stracciare e fare in pezzi il loro corpo". Quando abbondava la malvagità questi santi volevano e lasciavano che per la loro preghiera e i loro sacrifici sovrabbondasse la grazia38.

La fedeltà alla santa sede di Ludovico il Grande appartiene all'eredità di santo Stefano, poiché le fondamenta della fedeltà degli ungheresi a Roma sono stati poste da lui. Egli all'inizio e alla fine del suo regno aveva fatto due atti che - come alfa ed omega della sua opera di vita - legavano il suo popolo al papa.

L’alfa del regno di Santo Stefano e che all'inizio del suo regno ha chiesto di essere incoronato dal papa Silvestro II39. Stefano il 25 dicembre 1000 insieme con la corona aveva ricevuto dal papa il diritto apostolico dell'organizzazione della Chiesa locale e il segno di questo potere, la croce apostolico. Silvestro II gli ha concesso i diritti di un legato apostolico. Ciò significava che – a differenza degli altri paesi europei – Santo Stefano ha definito la struttura gerarchica della Chiesa ungherese.
L'arcivescovado di Passau o di Salisburgo avrebbe accolto molto volentieri la Chiesa del nuovo stato cristiano nella sua struttura gerarchica ecclesiale come suffraganeo – secondo la consuetudine di allora. Papa Silvestro però esaudì la richiesta di santo Stefano secondo la quale la nazione e la Chiesa ungherese appena nate potessero rimanere autonome. Così la prima diocesi ungherese non è stata sottomessa a un arcivescovado già esistente, ma è stata costruita come un autonomo arcivescovado e tutte le altre diocesi ungheresi sarebbero state sottomesse ad esso.
Per questo durante la storia ungherese spettava sempre al re il titolo "apostolico". Questo era molto significativo dal punto di vista spirituale come dal punto di vista politico, e per molto tempo caratterizzava il rapporto tra l'Ungheria e la santa sede: il nuovo stato ungherese ha ottenuto un’indipendenza i cui garanzia e fondamento è stata appunto la sua cristianità. Nel caso di Santo Stefano il titolo di "re apostolico" significava che egli poteva unire un popolo e formarlo come nazione indipendente e forte nella forza della fede cristiana. Per gli ungheresi diventare un popolo ed essere incorporato nel corpo mistico di Cristo era la stessa cosa. Da allora in poi il rapporto tra il re di una nazione forte e autonoma e il successore di Pietro era caratterizzato da una vera unità come è unita una famiglia dove la dignità del figlio è basata sull'obbedienza verso il padre. Essere ungherese significò per cinque secoli, cioè fino ai tempi della riformazione, essere romano cattolico cristiano, figlio ungherese del papa.
Purtroppo col passare il tempo questa consapevolezza ungherese non soltanto scoloriva40, ma in modo grottesco si capovolgeva in modo che oggi una parte degli ungheresi è convinto che „veramente” ungherese è colui che, staccato dalla chiesa cattolica ed apostolica, appartiene alla chiesa riformata.
La coscienza nella sua purezza originale vive ancora piuttosto nei cosiddetti ungheresi „csángó” che vivono in Romania e pare che la secolare lotta per l’esistenza tenga sveglia l’unità della consapevolezza religiosa e nazionale41. Purtroppo per i quasi indisolubili problemi etnici del XX secolo questi ungheresi di Moldavia non sono considerati nemmeno dalla santa Sede ungheresi ma rumeni.

Tutto quello che abbiamo detto sulla costruzione del nuovo ed autonomo stato cristino nel bacino dei Carpazi si realizzava grazie al disciernimento di Stefano senza minaciare il rapporto con gli stati occidentali, anzi, per il matrimonio di Stefano con Gisella di Baviera e per i loro discendenti il rapporto diventò più solido. Era dura invece per Stefano la lotta con i signori ungheresi, talvolta con i membri della propria famiglia che al posto della Chiesa romana volevano rafforzare i rapporti con Bizanzio e legarsi alla cristianità orientale42.

L'omega dell’opera di Santo Stefano è quell’atto con il quale ha portato al compimento tutta la sua opera di vita e che caratterizzava tutta la sorte futura d'Ungheria: alla fine della sua vita - poiché i suoi figli erano morti e non gli rimase erede per linea diretta – il re apostolico ha lasciato la sua corona, simbolo del Paese alla Madre di Cristo. Sapeva nella fede che consacrando il suo popolo a Maria lo avrebbe legato con i legami più stretti e forti con il papa che è sempre, in tutto di Maria. Da allora l'Ungheria cattolica chiama e venera Maria pure nel senso "giuridico" „nostra Signora”43, e „nostra Regina”. Questa devozione44 poi si manifestava nella fedeltà al papa, figlio di Maria in terra.

Il re Ludovico I ebbe la sua formazione in questa fede e accettando con responsabilità l'eredità di Santo Stefano ascendó al trono il 21 luglio 1342. Grazie a suo padre, Carlo Roberto45, era imparentato con la casa degli Angiò di Napoli, da parte della madre Elisabetta Piast, con la dinastia reale polacca. L’eredità della casa degli Arpad si univa con l’eredità di due famiglie che pure avevano una solida tradizione cristiana come eredità.
Ludovico diventò re a 16 anni. Gli dava un grande sostegno sua madre, Elisabetta, la cui religiosità e fedeltà al papa facilitava molto l’orientamento nei difficili momenti della politica ecclesiastica del Trecento, soprattutto nel periodo dello scisma.
Santa Caterina scrive nell’agosto del 1375 la lettera 145 alla madre di Ludovico dove dice che il fondamento del regno giusto è la conoscienza di Dio e di sè concepita nell’amore. Incita tutte e due (la madre e il figlio) a perseverare accanto al papa ed a sostenere le crocate. Elisabetta negli ultimi anni della sua vita46 aiutò la Chiesa con numerosi e preziosi doni e nel tempo dello scisma rimase accanto ad Urbano VI. Per dimostrare la sua appartenenza al papa, nel 1379 gli regalò una tiara del valore di 20.000 fiorini d’oro e vestiti ecclesiastici. La tiara la donò al papa Urbano VI, poiché l’arcivescovo di Arles portò con sè quella originale all’anitpapa Clemente VII. Elisabetta mandò la tiara al papa nel nome di un Paese cristiano il cui primo re aveva ricevuto la corona dal successore di Pietro. La Provvidenza ha fatto così che appunto la madre di Ludovico potesse ricambiare il dono della corona, dimostrando la fedeltá di questo Paese all'ereditá spirituale del suo primo re.
La seria educazione religiosa si manifestò nello stile e nei metodi di sovrano di Ludovico. Il suo esempio era San Ladislao47 alla cui tomba andava come pellegrino subito dopo il suo accesso al trono. Nello stesso tempo venerava i suoi santi protettori celesti; San Ludovico da Tolosa morto a 24 anni che era lo zio di suo padre e San Ludovico IX re di Francia, eroe delle crociate, il quale riottenne le reliquie della santa croce, l’esempio del re cristiano e giusto il cui discendente era Ludovico per linea retta da parte di padre.
Il rapporto di Ludovico si è articolato in un modo speciale con Giovanna di Napoli alla quale santa Caterina ha scritto sette lettere per incoraggiarla a sostenere la crociata48 e per avvertirla dell'obbligo alla fedeltà a Dio e al papa49. Giovanna e Ludovico erano promessi sposi l'uno all'altra. Di nuovo cause politiche fecero in modo che il marito di Giovanna fosse Andrea, fratello di Ludovico. Dopo che Andrea fu ammazzato, Ludovico - pensando che anche Giovanna avesse preso parte nell’uccisione di suo fratello - guidò le sue truppe contro il regno napoletano, contro la sua ex-sposa50. All'inizio ebbe successo: Giovanna scappò da Napoli. Però più tardi Ludovico fu costretto a ritirarsi in parte a causa dei propri errori, in parte perché gli stati dell'Italia, la Francia e l'Impero romano-germanico erano contro la formazione di un regno unito sotto Ludovico di cui avrebbero fatto parte l'Ungheria e Napoli. Aveva un ruolo speciale in queste fallite offensive anche il fatto che i papi51 che erano in cattivitá Avignonese sotto un certo influsso politico - tardavano a fare giustizia in questo caso così delicato. Mentre il rapporto con il papa romano si indebolì per un po' di tempo Ludovico stesso cercava di portare a termine "l'opera della vendetta". Alla fine però non soltanto rinunciò al suo presunto diritto al trono di Napoli e lasciò liberi i sui nipoti (figli di Carlo di Durazzo) precedentemente portati a Buda, ma condonò anche l’indennità di guerra52 esprimendo l'intenzione di ristabilire il rapporto con la corte papale. Innocenzo VI53, durante il suo papato, davanti a nuovi problemi contava molto sull'aiuto dell'Ungheria. Ludovico sosteneva i progetti del papa moralmente e anche materialmente. Per proteggere i territori dello Stato ecclesiastico nell'aprile del 1360 mandò in Italia truppe ungheresi. Il papa per ricompensare la partecipazione in questa lotta e i combattimenti contro i bogumili gli donò lo stendardo e il titolo di "scudo di Cristo e atleta di Dio".
Il 5 novembre 1370, a causa dell'estinzione della dinastia reale polacca di Piast, Ludovico I diventò anche re di Polonia grazie ad un patto di successione.
Ludovico voleva rafforzare la Chiesa nei suoi Paesi e promovere la cultura anche attraverso la sua politica interna. La prima università d'Ungheria fondata da lui a Pécs fu riconosciuta da Urbano V54 il 1 settembre 1367.
Tra gli ordini religiosi amava ed aiutava in un modo speciale un ordine fondato in Ungheria, i Paolini55. A Márianosztra costruì una Chiesa per loro e, secondo una clausola segreta del patto di pace con Venezia56, il 14 ottobre 1381 ottenne per i religiosi la reliquia di San Paolo. Poco prima della sua morte57, secondo i suoi intenzioni suo nipote58 fondò il convento paolino a Czestohova.
Ludovico sosteneva generosamente i luogi santi. Per esempio colmò la chiesa di Achen di preziosi doni e completò la costruzione del santuario di Mariazell con due torri e con una cappella ungherese.

Per finire ritorniamo alle lettere che santa Caterina scrisse al re. Probabilmente Ludovico lesse anche la lettera 145 indirizzata alla madre. Questa lettera si riferì non soltanto ad Elisabetta, ma anche a suo figlio: „E pregate il caro vostro figliuolo strettamente, che per amore si proferi e serva la santa Chiesa. E se il nostro Cristo in terra l’addimanda e volesse ponergli questa fadiga; pregatelo che accetti fedelmente la sua petizione e addimanda, confortando il Padre santo; e cresciergli il santo proponimento di fare il santo e dolce Passaggio”
La lettera 357 la lesse Ludovico ormai piuttosto anziano tre anni prima della sua morte. I suoi biografi hanno notato che in questo ultimo periodo della sua vita la religiosità del re divenne più autentica come anche la sua fede fu più profonda. Conosceva già la voce del Buon Pastore che questa volta mediante le parole di santa Caterina lo invitò ad essere “fondato in vera e perfettissima carità”.
Non aveva più forza e possibilità di seguire concretamente la sollecitazione della lettera, di „Posporre ogni altra cosa”59 e partire per l'Italia o di partecipare alla crociata. Tuttavia Dio con questa lettera concedeva al suo fedele „campione” la grazia per quel compito così immane per ogni creatura: la preparazione al resoconto finale. I suoi 37 anni di sovrano cristiano aspettavano all’ultimo resoconto. I successi e gli insuccessi, i dubbi, le esperienze di questa laboriosa vita, l’umiltà, l’oggettività politica aspettavano di essere messi in bilancio davanti a Dio. La lettera 357 preparò Ludovico a rendere conto delle anime a lui affidate. Questa preparazione non significò altro che lavare le azioni e i desideri di una vita nella penitenza e nel sangue di Cristo, poiché Ludovico il „Grande” non sempre cercava solo la salvezza del prossimo e la gloria di Dio, e non era sempre l’amore delle virtù il motivo per cui agiva. Non di rado aveva altri nemici oltre al mondo, al demonio e alla sua sensualità.

Ma probabilmente questa lettera svolse lo stesso ruolo nella vita della ottantenne Elisabetta. Se ha letto la lettera indirizzata a suo figlio in cui Caterina dipinge la madre-carità, ha potuto paragonare la propria caritá verso il figlio con quella “vera e perfettissima carità, la quale carità non cerca le cose sue” – si trattasse del regnare, del servire, della patria, della politica, dei parenti ecc. - “ma cerca solo la gloria e lode del nome di Dio nella salvezza delle anime, e non cerca il suo prossimo per sè, ma solo per Dio”. La lettera 357 fu un dono con il quale Dio ricompensò pure l’anziana regina – che stava accanto a suo figlio quasi come se regnassero in due con le conseguenze buone e meno buone di questa vicinanza –, affinché ella potesse procedere nella conoscenza di Dio procedendo nella vera conoscenza di sè e nella penitenza.
Quindi lo scopo delle lettere scritte alla madre e a suo figlio era di guidare loro alla perfetta carità che non agisce secondo il punto di vista umano ma solo secondo quello di Dio. Nel giudizio e nelle correzioni degli errori di Giovanna di Napoli Elisabetta e Ludovico non dovevano essere guidati dalla superbia familiare, ma dal comandamento di Cristo riguardante l’amore del nemico, poiché Giovanna non ostacolando l’uccisione di Andrea, e aderendo all’antipapa, peccò solo contro Dio. Tutti – anche i destinatari delle lettere – sono debitori a Dio dell’amore. Questo debito si deve estinguere verso il prossimo, nel caso di Giovanna simpatizzante del demonio, tramite la penitenza e la preghiera offerte per la sua conversione e per la sua salvezza. Ludovico quindi non doveva guidare un esercito cristiano per risolvere problemi familiari, ma per lottare in favore dell’integrità della Chiesa di Cristo.
Santa Caterina mette in evidenza tutto questo – in un modo tipicamente suo – tramite il contrasto tra amore e odio: l’amore verso il prossimo e l’odio del vizio.

Per concludere, diamo uno sguardo all'Ungheria nelle epoche successive. La fedeltà di Ludovico I continuava a vivere pure nei temi della lotta contro i turchi. L’Ungheria morì quasi dissanguata in questo combattimento eroico durato 150 anni. Tuttavia soprattutto questa lotta servì a fare in modo che i turchi non potessero realizzare il progetto di costruire una stalla per i loro cavalli al posto della sede di San Pietro. Il suono delle campane a mezzogiorno fanno ricordare la vittoria di Nándorfehérvár del 145660, risultato dell’ultima fruttuosa alleanza basata sull’unione nazionale e religiosa.

L'Ungheria nel 2000 festeggia il Millenario della conversione del popolo alla fede cristiana. Questo anno santo lo è doppiamente per gli ungheresi che celebrano il Grande Giubileo del 2000 e, nel contempo, il Millennio del cristianesimo ungherese.
Raccomandiamo alla protezione del dolce Gesù, della vera Madre-carità, Maria, di santa Caterina e dei re santi ungheresi la nostra storia, il nostro presente e futuro. Riportino e custodiscano questo Paese nel santo e dolce amore di Dio. Gesù dolce! Gesù Amore!





1 Nato il 5 marzo 1326; re di Ungheria dal 1342, re di Polonia dal 1370; morto a Nagyszombat il 10 settembre 1382
2 Lett. 373, p.1193
3 cf. Lett. 373, p.1193; Lc 1,68; Sal 73,12
4 Come non c’è, in terra, luce senza contrasto di ombra, così appartiene all’amore l’odio. L’odio santo combatte contro l’amor proprio che acceca l’anima, e così diventa la causa di innumerevoli mali cf. G. Cavallini, Caterina madre e maestra delle anime. Le virtù, "L’albero della carità" 14, 1963, n.3, p.19.
5 cf. Lett. 39, p.1558.
6 cf. Lett. 364, p.162.
7 cf. Lett. 312, p.352.
8 cf. Lett. 350, p.313.
9 cf. Lett. 196, 255, 270
10 cf. Lett. 227, 277, 280, 308
11 cf. Lett. 329
12 cf. Lett. 253, 259, 322, 323, 324, 326, 327, 328, 367
13 cf. Lett. 323
14 cf. Lett. 357, p. 281
15 Questo elogio contiene espliciti riferimenti al celebre inno indirizzato da San Paolo alla carità cristiana (Cor 13,1-13) ma nello stesso tempo riassume l'insegnamento tipicamente cateriniano sull'amore.
16 cf. Lett. 357, p. 285
17 cf. Lett. 357, p. 285
18 La fedeltà di Ludovico è stata lodata in modo eccezionale anche dal papa Urbano V in una lettera scritta il 1 giugno 1364 :“O Principe fedele, Figlio più caro della Chiesa di Dio che (…) hai compassione del Madre minacciata, Tu che vuoi lottare nel servizio del Re celeste e desideri proteggere la sua Sposa contro le offese dei nemici. Tu sei veramente Figlio della gratitudine e riconosci con umiltà che hai ricevuto il tuo potere da Dio e cerchi di usarlo contro i malvagi figli della Chiesa, contro gli scismatici, contro gli eretici, contro gli infedeli, contro i pagani. Tu sei veramente un re cristianissimo (…) e lavori continuamente per aquisire al regno terreno quello celeste.” cf. V. Fraknói, Magyarország és a Római Szentszék (Ungheria e la santa Sede romana), Budapest 1940.
19 Suo Padre è Carlo Roberto che è pronipote di Stefano V (+ 1272).
20 cf. I. Diós, A Szentek Élete (La vita dei Santi), Budapest 1992.
21 + Edinburgh, 16. 11. 1093.
22 + Ctockerau (vicina a Vienna) 1012
23 + Carlisle, 24. 05. 1153.
24 + Pula, 1077
25 + Bithynia, 1134
26 reg. 1205–1235
27 + Altenberg, 1300
28 reg. 1172–1196
29 + 02. 03. 1282
30 reg. 1235–1270
31 + 1270
32 reg. 1270–1272
33 + 1320
34 + Brignoles, 1297
35 + Töss 1336/1338
36 reg. 1290–1301
37 È un fatto storico il suo influsso sulla vita di Margherita nel convento di Veszprem. Rimane però una domanda aperta se questo influsso fosse indiretto o personale (se fosse o meno la educatrice di Margherita).
38 cf. Rom 5,20
39 reg. 999–1003
40 Talvolta con un voluto offuscamento del puro significato dei concetti come la riduzione del termine „regno apostolico” a un concetto puramente giuridico nel senso dello "ius patronato".
41 cf. AA.VV.: Magyar Katolikus Lexikon, (Lexicon Cattolico Ungherese), Budapest 1993.
42 Tutte le prove della fedeltà alla chiesa di Roma dopo la morte del marito sono rimaste alla Beata Gisella: alla fine della sua vita ha dovuto sopportare anche la privazione dai suoi beni (con il pretesto della sua presunta incapacità di intendere e volere).
43 E’ un nome particolare, in ungherese: „Nagyasszony”, che è una espressione antichissima (precede il cristianesimo ungherese) e si riferisce alla donna che con grande potere governa e provvede la gente della sua casa.
44 Anche la città di santa Caterina si affidava tradizionalmente alla protezione di Maria.
45 reg. 1308–1342
46 +1380
47 reg 1077–1095
48 cf. Lett. 133
49 cf. Lett. 138, 143, 312
50 1347, 1353­
51 Benedetto XII (reg. 1334–1342) ; Clemente VI (reg. 1342–1352)
52 Quest'ultima spettava a lui appunto per l’accordo stipulato tramite la santa Sede.
53 reg. 1352–1362
54 reg. 1362–1370
55 Il fondatore è Beato Özséb (nato a Esztergom 1200; morto a Pilisszentkereszt il 20 gennaio 1270) che ha scelto come protettore celeste San Paolo eremita.
56 Il 24. agosto 1381
57 In lugilio 1382 sono arrivati 16 palos di Marianostra dall'Ungheria.
58 Principe László Opolei
59 cf. Lett. 357, p. 258

60 Nándorfehérvár, attualmete Belgrado (Yugoslavia). La battaglia fu combattuto fra il 3 e il 22 luglio 1456.